La psicologia

Il termine “Psicologia” deriva dal greco psiche (= anima) e da logos (= discorso, studio): letteralmente quindi “discorso sull’anima”. Un’anima intesa non in senso religioso né in senso scientifico. Qualcosa di cui nessun esperto possa dirne con certezza.
L’anima è qualcosa che solo noi, come esseri umani, possiamo supporre che esista e che non esista. A maggior ragione un discorso sull’anima può interessare o non interessare. Ciascun individuo può decidere di volerne sapere qualcosa o non ne volere sapere niente.

Perchè rivolgersi ad uno psicologo?

Perché rivolgersi ad un altro essere umano, per intrattenere un ipotetico discorso sull’anima? Non sembra una faccenda tanto seria, con queste premesse di cui nessuno sa niente... Allora perché tanti psicologi in giro e altrettanti pazienti?
È come se ad un certo punto, nell’arco dell’esistenza di un individuo, succedesse qualcosa: un segnale, un sintomo, come possono esserlo un mal di stomaco insistente, un’apatia e assenza di emozioni, una rabbia sproporzionata, una paura improvvisa di prendere un aereo, dei pianti improvvisi e continuati, una fobia per un insetto piccolo ma inaffrontabile o un attacco di panico e così via.

Qualcosa che inizia a farci sentire a disagio, un malessere che si può manifestare sul lavoro, in famiglia o nelle nostre relazioni sociali e affettive. Allora vorremmo continuare a funzionare come prima, ci rivolgiamo ad un dottore e chiediamo proprio questo: “mi tolga questa cosa”. Ma sulla nostra pelle scopriamo che l’essere umano è una macchina estremamente complessa. Non si tratta di riparare, aggiustare o togliere. In realtà, già pensarci come persone e non come macchine semplici da aggiustare, è un “inizio psicologico”. Iniziare poi a pensare, riflettere su noi stessi in modo diverso da come abbiamo sempre fatto, è un “lavoro psicologico” su cosa è successo o cosa sta succedendo.


La psicoanalisi

Insieme alla psicoanalisi si può dire che sia nata anche la paura della psicoanalisi. “Se non riuscirò a commuovere gli dei, scuoterò l’Acheronte” (Sigmund Freud). Con questa frase Freud ci vuole trasmettere il messaggio che, con la scoperta dell’inconscio, si viene a conoscere ciò che non ci è dato conoscere e che a volte non vogliamo proprio conoscere. La psicoanalisi (e il suo spettro) ha provocato un black-out di tutte quelle certezze accumulate fino a quel momento: il pericolo è nell’uomo, non all’esterno dell’uomo.
Di che pericolo si tratta? Forse qualcosa sfugge alle nostre intenzioni o al nostro controllo?

A Freud, esponente più illustre della prima psichiatria moderna, è parso che il comportamento, i sentimenti e le azioni che l’individuo compie, non siano sempre spiegabili con la ragione. Di preciso che cosa sfugge al controllo dell’uomo e come lo scopre Freud? Freud scopre che la medicina e la scienza non riescono a spiegarsi alcuni sintomi e quindi nemmeno a curarli. Inoltre scopre che aspetti connaturati all’uomo, definito “normale”, come i sogni, l’umorismo, le dimenticanze, i lapsus avvengono senza il controllo della volontà e rivelano molto di chi siamo, di cosa vogliamo. Rivelano desideri che non possiamo dirci alla luce del giorno.
Uno spettro chiamato “inconscio”. Proprio questo spettro non aleggia solo nei malati ma accomuna tutti gli uomini, proprio in tutti quegli aspetti della vita quotidiana che noi consideriamo marginali. Eppure potremmo proseguire nel nostro quotidiano, senza farci troppe domande, senza spiegarci sempre tutto. Ma il problema nasce quando non riusciamo proprio a continuare la nostra vita quotidiana, perché c’è qualche aspetto, non proprio marginale, che va per i fatti suoi e che non riusciamo a controllare. Non riusciamo più a vivere, lavorare e amare. E allora quello è il momento in cui siamo costretti ad affrontare questo spettro, lo spettro della conoscenza di noi stessi: come viviamo, come lavoriamo e come amiamo. La psicoanalisi nasce nel momento in cui si scopre che questo spettro è affrontabile in una relazione, ma una relazione diversa dalle altre.

Cosa fa uno psicologo?

Uno psicologo che tipo di interlocutore è? Perché dovrebbe aiutarci? Uno psicologo è proprio colui che un giorno ha scoperto come l’essere umano sia una macchina molto molto complessa, un modello non replicabile, che ha una propria storia, una personalità non ripetibile. E come lo ha scoperto? Lo ha scoperto su se stesso.
Ha studiato, ha osservato, si è interrogato e non si è accontentato di ricette e riparazioni standard. Non ha girato la testa dall’altra parte, ha attraversato e attraversa per sempre i propri disagi, le proprie domande.

Non ha tralasciato né i piccoli aspetti marginali della vita quotidiana, né quelli più dolorosi. Non lo ha fatto per sé né lo fa con gli altri che si rivolgono a lui.
Un giorno si è mossa dentro di lui una curiosità. Non si è accontentato dell’aiuto dei familiari o della chiacchierata con un amico. Rivolgendosi a qualcuno, ad un altro psicologo, ha scoperto che non esiste nessun’altra conversazione paragonabile a quella “psicologica”. Una conversazione da cui scaturisce una relazione diversa da tutte le altre. Una relazione che ha lo scopo di andare a capire cosa e perché qualcosa ci intralcia. Un percorso che porta a capire che il disagio è pensabile e quindi che se ne può parlare.